Oggi proprio no. Non ci riesco

“Io me ne vado ad imparare la speranza come una lingua antica che dimenticai fra le macerie di tanto essere caduto in fallimento”

JEAdoum

La guerra è nelle nostre case, agli angoli delle strade. Coinvolge i nostri amici, le nostre famiglie, noi in prima persona. Non la vediamo più distrattamente sui nostri schermi durante le mattine sonnolente davanti al caffè o quando velocemente ingurgitiamo il nostro pranzo. È qui, è vera, è in diretta. Ci fa paura perché è subdola, si può nascondere negli occhi e nella testa di chiunque, attacca quando meno te lo aspetti. È il risultato di un odio antico, di rancori mai sopiti, di ingiustizie perpetrate per decenni, di politiche corrotte e ingorde. La rabbia, l’aggressività, la fragilità dell’uomo oggi esplodono senza controllo. Siamo tutti nemici di tutti. È questa umanità che mi fa paura, ora più che mai. Ho sempre creduto nella fratellanza, nella collaborazione, nell’amore disinteressato, nel mutuo sostegno. Siamo tutti figli, genitori,fratelli, amici e ciascuno di noi conosce la bellezza dell’amore e il dolore della perdita. Purtroppo siamo vittime di un sistema corrotto e contorto che ha distrutto e logorato l’umanità dal di dentro e ha raggiunto un punto di non ritorno. Vorrei poter intravedere un barlume di speranza, ma oggi proprio no. Non ci riesco. 

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Rifugi

Tutti noi abbiamo bisogno di un rifugio. Di un luogo al quale tornare per sentirci a casa. I nostri circuiti neuronali processano il mondo usando un sistema di coordinate. Quando ci muoviamo nello spazio il nostro cervello crea una mappa mentale del territorio e delle esperienze che viviamo, assegnandogli un valore. Ci sono dei luoghi che assumono per noi un significato particolare, prendono il nostro odore, si riempiono del nostro modo di vedere le cose, assumono le nostre sembianze. Ma è sempre una visione soggettiva: quando li lasciamo, quei luoghi lentamente si svuotano del nostro essere per assumere le sembianze di qualcun altro. Dentro di noi, però, nei nostri ricordi, restano immutati e continuano a contenere quella parte di vita che abbiamo lasciato, pronti a fare da cassa di risonanza nel momento in cui ci ritorniamo e li rivediamo. La narrazione di noi stessi parte dai luoghi e i luoghi in cui viviamo e abbiamo vissuto ci spiegano chi siamo e perché. Abbiamo bisogno di un nostro posto nel mondo, fisico e mentale, ma è solo una base, un punto di ritorno. È da qui, da questo luogo “nostro” che ogni volta ripartiamo per creare nuove mappe e nuovi percorsi, alla ricerca costante della meraviglia.

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Serate in musica

Qualche giorno fa Omar Pedrini è stato a Pescara per la presentazione del suo nuovo album. Ci ha parlato della sua musica e della sua vita come si fa con vecchi amici che non vedi da anni, ricordando un tempo che non c’è più e confrontandosi con noi su un futuro da ricostruire con e per i nostri figli. Siamo tutti un po’ cresciuti dai tempi in cui il rock in lingua italiana era impensabile e invendibile ed è inevitabilmente cambiato il mondo in cui ci affacciavamo smarriti, ma desiderosi di cambiamento. La sfida che oggi da adulti dobbiamo affrontare è profondamente complessa e non possiamo sottrarci alle responsabilità di restituire alle nuove generazioni i sogni e le speranze che hanno caratterizzato la nostra. Come diceva il grande Ennio Flaiano “I nomi collettivi servono a far confusione. ‘Popolo, pubblico…’. Un bel giorno ti accorgi che siamo noi.Invece, credevi che fossero gli altri” 

#omarpedrini #lamusicacheunisce #seratepescaresi

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Il mio biglietto per il passato ieri è stato questo

Quando avevo 15 anni camminavo tantissimo a piedi: per andare a scuola, a lezione di pianoforte o agli allenamenti di pallavolo. Portavo sulle spalle uno zainetto rosso della falchi con le fibbie grigie, i capelli lunghissimi e uno sguardo attento sul mondo. Come tutti amavo la musica, seguivo i gruppi del momento, trascrivevo e traducevo i testi delle canzoni. La musica te la dovevi andare a cercare, facendoti prestare le audio cassette dagli amici per doppiarle o registrando le canzoni direttamente dalla radio, con ore estenuanti di attesa e il dito fisso sul tasto REC, tra una versione di latino e gli esercizi di matematica. Con i soldi guadagnati dando ripetizione ai bambini di scuola primaria comprai il mio primo walkman: era nero, leggero e costava 80 mila lire, una cifra esorbitante, ma un investimento importante per me perché finalmente avevo la musica sempre in tasca per farmi compagnia nelle lunghe scarpinate da un lato all’altro della città. Vi racconto questa storia perché ieri sono tornata lì, in uno di quei momenti della mia vita, catapultata indietro nel tempo grazie ad una canzone che ho incrociato per caso e al potere evocativo della musica. Il mio biglietto per il passato ieri é stato questo.
Hey you! 

Don’t tell me there’s no hope at all 

Together we stand

divided we fall

Hey you- Pink Floyd

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“Non dimenticate mai che la cosa più importante non è come vivete la vostra vita. La cosa che conta è come la racconterete a voi stessi e soprattutto agli altri. Soltanto in questo modo, infatti, è possibile dare un senso agli sbagli, ai dolori, alla morte”. Harem Suarè

 

 

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La narrazione sui media tra sessismo, razzismo e omofobia

Dalla patata di Raggi, alla schiena di Meloni, alle cosce di Boschi, al “se sei vestita così non puoi parlare” contro la Leotta. In una società come la nostra, in cui la violenza sulle donne ci fa indignare, manifestare, fare appelli sui social, il sessismo é ancora “un’oscura presenza” e lo rinveniamo non solo in articoli imbarazzanti e oserei dire, ricalcando le parole di Sandra Amurri, beceri; lo ritroviamo nelle parole di donne che si riferiscono ad altre donne, nelle quali stereotipi che credevamo orami desueti riemergono brutalmente, a danno, secondo me, solo di chi le ha pronunciate. La narrazione degli eventi, sui giornali, sui social, sul web é fondamentale per dare un’idea chiara del messaggio che si vuole veicolare. Purtroppo ancora oggi il sessismo, il razzismo, l’omofobia sono talmente radicati dentro di noi da non riuscire a liberarcene: maldestramente spesso sono utilizzati come armi spuntate quando non abbiamo argomentazioni migliori. La strada da fare è ancora lunga.

 

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Renzi e la lavagna di ardesia

Stamattina, mentre facevo colazione e sfogliavo i miei quotidiani on -line, mi sono malauguratamente imbattuta in questa tremenda lezioncina da maestrina dalla penna rossa imbastita dal nostro social Renzi per “spiegare” ai poveri e ottusi insegnanti la sua idea di riforma della Scuola (anzi no, “alcuni punti, smettiamola di richiamarla riforma”!?!). Dopo una prima parte in cui ha sciorinato una serie di esempi di insegnanti da fiera delle banalità, ha cominciato ad elencare i famosi punti della non riforma citando l’Alternanza scuola-lavoro come primo punto fondamentale. Come? Alternanza scuola-lavoro??? E la sicurezza degli edifici scolastici? La dispersione? Le classi-pollaio? La prima esigenza della scuola è quella di fornire manodopera a basso costo alle aziende?

Non mi soffermo sugli altri punti perchè mi vergogno per lui e per quelli del suo staff che hanno ideato questa ennesima farsa, una palese offesa alla dignità e all’intelligenza dei docenti, dei genitori e degli studenti che hanno perfettamente capito lo spirito del DDL e che non hanno bisogno di Renzi, dei gessetti e della lavagna di ardesia per capire che, ancora una volta, lo stato non ha nessun interesse a che la scuola pubblica diventi il luogo deputato per eccellenza allo sviluppo e alla crescita umana e culturale di questo Paese.

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